Daniela Patroncini: come comunicare in tempo di crisi

Scritto da | 2020-06-10T09:07:20+00:00 9 Giugno 2020|

Si dice (giustamente) che il Contenuto è il Re, aggiungo: il Contesto è il suo regno. La consapevolezza del contesto è l’oggetto magico che ci permette di attivare una buona comunicazione, sconfiggere il Mostro Disattento e vivere felici e content con il nostro pubblico.

Ogni giorno un imprenditore si alza e ignora che senza una strategia di comunicazione mette a repentaglio la sua bellissima azienda. Ogni giorno un imprenditore si alza e ignora che è necessario andare ben oltre “il mio target sono tutti gli esseri umani dai 25 ai settordici anni”. Le persone fanno nuove esperienze e cambiano gusti e costumi.

Nel sondaggio Ipsos “The Most Influential Brands 2019” il 68% degli italiani intervistati, ritiene che in futuro le marche più di successo, e quindi più influenti, saranno quelle che contribuiranno in modo positivo alla società. Tendenza rafforzata ancora di più nel periodo Covid.

Sempre più spesso oggi si sente parlare di Purpose-Driven Brand, ovvero brand che basano la loro comunicazione e il loro modo di fare business su valori che possano avere un impatto positivo e socialmente utile nel mondo. Con &Love porto avanti da tempo il pensiero Human First Index: non è tempo di prodotti, è tempo di umanità. Vogliamo brand fatti di persone per le persone, che siano dentro le cose del mondo.

A tal proposito ho deciso di intervistare imprenditori e professionisti illuminati, dotati di grande esperienza, competenza e di un cuore grosso così. Tra questi c’è sicuramente Daniela Patroncini, Consulente di Comunicazione d’Impresa, nella sua bio si legge: “Mangio poco, dormo poco, corro molto. E intanto penso.”, tranne il mangiare poco, mi ritrovo alla grande!

daniela patroncini comunicare in tempo di crisi

 

Conosco da tantissimi anni Daniela, adoro gli equilibristi e lei lo è. Sempre in equilibrio tra ironia e contenuti, gioco e formazione. Una corda tesa, alle spalle il passato, sotto i piedi il presente, dritto davanti il futuro e a fare da contrappeso la responsabilità delle aziende che si sono affidate alla tua competenza.

Raccontaci chi sei e cosa fai

Sono Daniela Patroncini, nel mio cv c’è scritto che mi occupo di Comunicazione e di Marketing e va bene così se vogliamo classificare quello che faccio in un paio di parole. In realtà faccio talmente tante di quelle cose che nemmeno saprei definirle, ma in fondo è vero, sempre di comunicazione si tratta. Faccio consulenze, corsi di formazione, realizzo eventi e insomma… parlo, parlo, parlo… ascolto le persone e poi parlo con loro.

Nel privato sono una persona gioiosa, ottimista, molto tenace e parecchio ambiziosa. Nel lavoro uguale: non so accettare un no come risposta se non mi viene opportunamente giustificato, non mi accontento mai di raggiungere un primo livello (in tutti i campi) e sono cintura nera del piano B.

local business day daniela patroncini

local business day

Il mio impegno è dislocato su due fronti che spesso si trovano ad essere contigui, la consulenza e la formazione, due fronti appunto, due approcci diversi ma che tendono ad un unico obiettivo, quello di mettere in condizione una azienda, grande o piccola che sia, di comunicare se stessa e i propri prodotti o servizi in modo coerente e utile. Da tempo, e forse per una sorta di vocazione, mi sto dedicando in modo particolare alle piccole e micro imprese del settore commercio e servizi, per le quali ho anche ideato e realizzato un evento, il Local Business Day, che ha avuto il suo battesimo a Piacenza nel 2019 e che, nell’ottica delle attuali restrizioni e del distanziamento sociale che ci accompagnerà presumibilmente per un po’, sto ripensando da altre prospettive.

 

 

Come hai deciso di stare vicino al tuo pubblico in questo momento

Ho solo continuato ad essere coerente con il principio che mi ha sempre guidato: il lavoro deve avere un intento nobile se voglio che la maggior parte del mio tempo e della mia vita sia spesa bene, quindi non mi accontento di fare quel che devo ma mi impegno costantemente affinché quello che faccio possa essere di reale utilità alle persone. Così ho mantenuto un contatto continuo con i miei clienti e ho continuato a lavorare insieme a loro da remoto. Non li ho mai abbandonati, mai lasciati soli a fare una scelta, a prendere una decisione, da subito mi sono attivata con una piattaforma di video chiamate per poter mediare la distanza e mi sono messa a disposizione di tutti, con tutti i canali a mia disposizione.

Le chiamate non sono mancate, e io ho risposto, sempre, subito e a tutti.

Marbet Due

Ti voglio raccontare una storia: una gran parte del mio lavoro è dedicato a una azienda del settore terziario che si chiama Marbet Due, una azienda che produce articoli per un canale che naviga in acque non particolarmente favorevoli, il canale della merceria.

In tempi non sospetti questa azienda, diversamente dai suoi competitor, consapevole del fatto che se i negozi chiudono il canale muore, anziché accontentarsi dell’uovo oggi (la vendita sconsiderata ai clienti utilizzando leve come la scontistica) ha scelto la gallina domani, e ha attivato insieme a me dei percorsi formativi gratuiti sulla comunicazione e sul marketing dedicato alle attività locali, e li ha regalati a tutti i suoi clienti. Da anni realizziamo eventi gratuiti annuali o cicli di incontri presso i grossisti e abbiamo avuto nel corso del tempo un ottimo riscontro. Se loro comunicano meglio lavoreranno di più, se loro lavorano l’azienda continuerà a produrre e a vendere. Lapalissiano no?
In questo periodo quindi cosa potevamo fare se non potenziare questa attività e tenerci ancora più vicino i clienti?

marbet daniela patronciniCosì abbiamo intensificato le nostre conversazioni quotidiane nel gruppo facebook che ne raccoglie una buona parte (sono circa 900) da anni, sollecitandoli a non chiudersi in se stessi ma a condividere preoccupazioni, sentimenti che provavano ma anche idee, azioni che intendevano o stavano già mettendo in atto, ad affrontare insieme questa emergenza. Oltre a ciò ogni settimana abbiamo attivato due ore di formazione online su temi specifici che venivano poi ripresi e approfonditi sempre nel gruppo.

È stato un bellissimo crescendo. Noi non li abbiamo lasciati soli e loro lo hanno capito e ci hanno seguito, molti di loro sono così riusciti ad attivarsi sul proprio branding o sulle vendite, hanno acquisito più dimestichezza con gli strumenti online e più sicurezza nella gestione e, last but not least, si sono sentiti parte di un gruppo di pari dove si confrontano, si danno suggerimenti, si consigliano e dove è definitivamente caduta l’idea di concorrenza a favore di quella della collaborazione.
Ma soprattutto si sono attivati per restare vicini ai loro clienti, cioè a riportare nella propria realtà quello che noi facciamo con loro. Insomma, la formazione è importante, ma l’esempio lo è di più.

Non avremo salvato il canale, ma per certo abbiamo dato delle opportunità alle persone: coloro che già ci seguivano da tempo hanno solo dovuto approfondire e consolidare, oppure hanno colto l’occasione di tentare strade che prima sembravano difficili da percorrere oppure sembrava non esserci il tempo per farlo. Altri si sono approcciati alla formazione come ultima spiaggia purtroppo, comprendendo solo ora che se si fossero attivati per tempo avrebbero avuto un discreto vantaggio. Tant’è, l’unica è prenderne atto e iniziare, che non è mai troppo tardi.

Come il pubblico ti è stato vicino

Il pubblico ha reagito in modi diversi, chi ha chiamato, chi mi ha scritto, chi ha lasciato messaggi in ogni dove chiedendo informazioni, bramando a volte la parola magica che potesse risolvere una situazione, ma tanti mi hanno manifestato la loro riconoscenza sia per quello che ho fatto sia per il modo in cui l’ho fatto. Le persone non hanno smesso di avere fiducia in me e io ho cercato in tutti i modi di continuare a meritarmela.

Come hai riorganizzato il tuo lavoro

È stato abbastanza naturale, ho solo spostato l’incontro con i clienti o con gli allievi da un luogo fisico a uno virtuale, cosa che risulta un po’ più faticosa ma percorribile, si tratta solo di abituarsi (anche se non vedo l’ora di rivederli tutto dal vivo).

Ammetto che in questo periodo sono aumentate le richieste di chiacchierate, consulenze sotto mentite spoglie insomma, ma le ho accolte tutte di buon grado. Non mi sono mai aspettata che qualcuno risolvesse un problema per me, oggi maggiormente sono convinta che il ripristino di un livello di produttività – e quindi di vita – dignitoso dipenda in primis da ciascuno di noi e che ciascuno quindi abbia il dovere di fare la sua parte nei confronti di chi ne ha più bisogno, anche a discapito del proprio personale tornaconto.

Hai esempi di aziende che hanno saputo adattarsi al contesto?

La stessa azienda di cui ti raccontavo prima, Marbet Due,  è una di quelle che ha convertito la sua produzione in mascherine, ma nello stile che ormai caratterizza questa azienda e che è una delle ragioni per cui occupa una posizione di primaria importanza nel settore: ha utilizzato molto del suo tempo attivandosi nella ricerca di un materiale che avesse le caratteristiche migliori per chi indossa una mascherina, impermeabilità che non infici la respirazione, leggerezza, lunga riutilizzabilità, facilità di rigenerazione dopo il lavaggio, durata. E c’è riuscita.

Terry Life

A Piacenza, città letteralmente flagellata dal Covid19, come molti sanno sono arrivati in aiuto diversi operatori sanitari da altre regioni. Queste persone avevano ovviamente bisogno di un alloggio e alcune Istituzioni, come la Scuola di Polizia, ha messo loro a disposizione camere e locali dove stare: Terry Life, che produce e vende biancheria per la casa, ha provveduto a donare lenzuola, trapunte e biancheria da bagno a ciascuno di questi operatori sanitari, affinché dopo un turno di lavoro massacrante potessero riposare e rigenerarsi in tessuti morbidi e nuovi, una piccola coccola insomma. Lo ha fatto senza tanto baccano, ma la notizia ha fatto velocemente il giro della città riscuotendo infiniti consensi che si sono tradotti in cosa, secondo te? Vendite. Sì, vendite.

E la cosa meravigliosa è che questa donazione non aveva nessuna intenzionalità propagandistica, è stato davvero un gesto di generosità, non dettato da politiche di marketing. Quando ha cominciato a delinearsi il panorama della tragedia che stava per accadere abbiamo deciso di fermare ogni attività di promozione, di mantenere un profilo basso, presente e positivo ma rispettoso del dramma che le famiglie stavano vivendo. Abbiamo dedicato giornate a capire cosa, come e quando comunicare e abbiamo rivisto ogni strategia, ogni piano editoriale, ogni progetto. E questo ci ha ripagato.

Ora che anche questa azienda si è attivata con la produzione di mascherine – queste hanno come caratteristica principale la personalizzazione e tutta una serie di accessori, oltre ai materiali particolarmente pregiati – sta riscuotendo il credito ottenuto con un lavoro fatto col cuore oltre che con la testa: Human first index ha detto qualcuno che conosco e condivido pienamente il principio.

Oggi questa azienda lavora nel rispetto delle disposizioni sanitarie, alcuni dipendenti in sede ciascuno in un ufficio proprio e altri in smart working, e sta trovando una nuova via, un modo nuovo di lavorare.

Uno dei miei compiti in questo frangente è stato di aiutarli a superare l’empasse, la paura di non riuscire, di incoraggiarli a non temere il cambiamento, di abbandonare il vecchio a favore del nuovo. Ti immagini la soddisfazione?

Tante storie, un denominatore comune: il cuore

Sono una marketer atipica, lo so e lo sa bene chi lavora con me: qualunque strategia, qualunque azione intrapresa deve avere come obiettivo le persone, la loro soddisfazione, il loro benessere, e questo non lo puoi fare se non metti da parte la pura mira di guadagno.

Quello arriverà inevitabilmente, ma avrà un valore aggiunto: sarà accompagnato da soddisfazioni che nessuna cifra in denaro è in grado di equiparare.

Il futuro

Il futuro? Non mi sembra così difficile da prevedere. Questa situazione sta generando uno status che non ci aspettavamo e che aprirà due strade: una sarà quella di chi farà come l’acqua adeguandosi al cambiamento necessario, cercando in primis le risorse all’interno della propria impresa e di se stesso, l’altra sarà quella di chi aspetta l’assistenz(i)a(lismo) di terzi e resterà fermo sulle proprie posizioni.

La prima darà la possibilità di trovare una via diversa e forse persino più soddisfacente, la seconda inchioderà al palo chi la sceglierà.

D’altro canto la storia insegna: con la distribuzione del gas e dell’energia elettrica, agli inizi del ‘900, le case cominciarono a dotarsi di impianti di lampadine e riscaldamento, e gli spazzacamini, insieme a coloro che accendevano e spegnavano i lampioni, rimasero presto senza lavoro. Alcuni fecero la fame, altri si trasformarono in qualcosa di diverso, di utile in quel momento, qualcosa che guardando avanti avrebbe potuto continuare a dar loro da vivere. Questo accadrà, in una società certo più complessa, ma questo è ciò che l’essere umano è in grado di fare: cambiare.
Dobbiamo solo farlo bene.

Per te online e offline sono la stessa cosa?

Ma nemmeno lontanamente! Che non ci sia più soluzione di continuità tra l’uno e l’altro ormai è un dato di fatto e penso che niente come questa pandemia lo abbia mai dimostrato, ma che siano la stessa cosa proprio no.

Anzi, proprio perché sono spazi diversi la necessità di modulare comunicazione e approccio in modo differente si evidenzia da sola, penso ai corsi per esempio: ti confesso che iniziare corsi online con classi di 20 persone sconosciute, proprio mai viste prima, è stato faticosissimo. Io che non ho nessun problema in nessuna aula o sala, io che se ho davanti 20 o 200 persone neanche mi accorgo della differenza, ero a disagio. Tutta la parte della corporeità, del linguaggio non verbale (e io sono una che abusa… che ci posso fare, son fatta così) viene a mancare e il vuoto va colmato con qualcos’altro, con qualcosa che possa sostituire quegli elementi così caratterizzanti e comunicativi che ci fanno essere più convincenti di altri.

Cosa? Le parole? Da sole non bastano.

Le slide? (Le odio nel profondo) Utili sempre per la didattica ma assolutamente insufficienti e anche distraenti a volte.

Il ritmo? Sì, aiuta, ma non è sufficiente.

Il tono di voce? Anche lui ma non è la stessa cosa…
E lo sguardo? Vogliamo parlare del poter guardare le persone negli occhi, rivolgersi a tutti o a una sola, costruire relazione sul contatto visivo? Vogliamo metterlo a confronto di uno sguardo che si muove dai comandi del computer al mosaico delle persone presenti in call?
No, decisamente no. Ce la facciamo piacere, ma a forza, e incrociando le dita che il lavoro che abbiamo svolto sia stato almeno minimamente efficace.
Diverso è quando dall’altra parte del monitor ci sono persone già conosciute, mi pare ovvio, ma comunque il vuoto c’è lo stesso.

Mi sono ripetuta continuamente, in questi mesi, che dovevo accettare questo limite e piegarlo alle mie necessità, lo dovevo anche alle persone a cui ogni giorno ripetevo che dovevano fare altrettanto, che dovevano usare l’online per giocare d’anticipo e fare lo sgambetto al virus.

Ci sarò riuscita? In parte sì, ne sono certa. Ma non vedo l’ora di lavorare con i miei clienti a fianco, guardandoci dritti negli occhi e godendo di quella parte umana, meravigliosa e appagante di cui, forse, non apprezzavamo abbastanza il valore

Qualche informazione in più su

Brand Builder, Digital Strategist, Copywriter decisamente creativo e ideatore di blog da milioni di visite.

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Daniela Patroncini: come comunicare in t…

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